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Di Maria Carla Rota

Repubblica Democratica del Congo, miniera globale di cobalto

01 febbraio 2026
Magazine

Grazie alle sue riserve di questo prezioso metallo, il Paese africano è un attore strategico nella transizione energetica mondiale, tra nuove regole sull’export e iniziative di tracciabilità, ma anche attività estrattive artigianali e condizioni di lavoro precarie.

Nella mappa globale delle materie prime critiche, quando si cerca il cobalto esiste un centro di gravità ben definito: la Repubblica Democratica del Congo (RDC). Il Paese africano è il fulcro dell’industria mondiale di questo metallo dai riflessi bluastri, essenziale per le batterie agli ioni di litio che alimentano smartphone, veicoli elettrici e sistemi di accumulo, ma utilizzato anche nell’industria chimica come catalizzatore, nella produzione di pigmenti e nelle superleghe per turbine aeronautiche. Secondo le stime più recenti, la Repubblica Democratica del Congo produce oltre il 70–75% del cobalto estratto nel mondo: nel 2024 la produzione nazionale avrebbe superato le 220.000 tonnellate, confermando il peso del Paese sul totale globale.

Storia e geologia insieme

Le ragioni di questa preminenza sono geologiche e storiche. La RDC ospita alcuni dei giacimenti più ricchi al mondo nella regione del Copperbelt, dove il cobalto viene estratto principalmente come sottoprodotto dell’estrazione di rame e nichel. Qui si concentra quasi la metà delle riserve globali conosciute di cobalto, pari a oltre 4 milioni di tonnellate. Una straordinaria dotazione naturale, che da decenni attrae investimenti esteri e joint venture con grandi operatori internazionali. Negli ultimi vent’anni, in particolare, la Cina ha rafforzato la propria presenza attraverso accordi che hanno scambiato concessioni minerarie con la costruzione di infrastrutture, ma di recente anche operatori europei hanno avviato collaborazioni con le società minerarie statali congolesi.

Attività estrattiva artigianale

Il quadro produttivo è complesso. Accanto ai grandi progetti industriali coesiste un’ampia attività mineraria artigianale su piccola scala, spesso svolta in situazioni di elevato rischio. I minatori, noti come “creuseur”, operano con strumenti rudimentali, in condizioni fortemente critiche. Il materiale estratto in questo modo, inoltre, alimenta circuiti informali e vendita sul mercato nero, rendendo difficile il controllo della filiera. Allo stesso tempo, questa attività rappresenta una fonte di reddito fondamentale per la popolazione locale: si stima che dia lavoro diretto a quasi 2 milioni di persone e ne sostenga indirettamente oltre 10 milioni. Considerato questo scenario, negli ultimi anni il governo congolese ha avviato un rafforzamento della governance del settore. Attraverso l’Enterprise Générale du Cobalt, nuova entità statale incaricata di centralizzare e regolamentare la compravendita del materiale proveniente dalle miniere artigianali, punta a migliorare le condizioni di lavoro e ridurre le pratiche illecite. Sul piano commerciale, la RDC sta ridefinendo le regole dell’export per mantenere un maggiore controllo sulla produzione. Dopo un periodo di divieto alle esportazioni, il Paese negli ultimi mesi ha introdotto meccanismi di quote e regolazioni più stringenti, destinando il 10% della produzione a riserve strategiche nazionali. La stretta sull’offerta ha avuto effetti immediati sui mercati, contribuendo a un aumento dei prezzi del cobalto e dei suoi derivati, dopo i minimi toccati all’inizio del 2025. Parallelamente, sono state lanciate iniziative di tracciabilità del cobalto artigianale, con l’obiettivo di allineare una parte della produzione agli standard ambientali, sociali e di governance richiesti dalle multinazionali della filiera delle batterie.

Opportunità, ma anche vulnerabilità

La centralità della Repubblica Democratica del Congo nel mercato del cobalto apre opportunità, ma anche vulnerabilità. La crescita della domanda globale, trainata dalla transizione verso sistemi energetici rinnovabili ed elettrici, rafforza il ruolo strategico del Paese. Allo stesso tempo, l’elevata concentrazione dell’offerta rende le catene di approvvigionamento sensibili a instabilità politiche e conflitti locali, soprattutto nell’est della RDC, con potenziali ripercussioni sulle tecnologie chiave della transizione energetica.