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Non perdiamo la meraviglia: serve a prendersi cura del mondo

07 maggio 2026
Magazine

“Il fumetto mi ha insegnato a interpretare la realtà”. L’artista e attivista racconta come traduce la complessità della crisi climatica in immagini accessibili, tra divulgazione, impegno e nuove generazioni.

Intervista ad Alessia Iotti, in arte Alterales

“Alterales è una giovane donna che cerca di capire qualcosa dentro al caos. Come suggerisce il nome, è una parte di me, l’altra Alessia. All’inizio parlavo soprattutto di ambiente, poi con il tempo lo sguardo si è evoluto e si è intrecciato con altre dimensioni: politica, femminismo, diritti. Tutto è collegato, quindi anche i temi che affronto sono più intersezionali”. 
Alessia Iotti, in arte Alterales, è fumettista, attivista, divulgatrice e mediatrice museale. Negli anni scorsi è scesa in piazza con i Fridays For Future e oggi, con i suoi disegni, sostiene aziende, ONG, associazioni e chiunque abbia bisogno di comunicare un messaggio legato alla crisi climatica e non solo.

Come ha iniziato questo percorso?
La passione per il disegno nasce dalla mia storia personale. Durante le superiori ho sviluppato un mio metodo di studio per assimilare nozioni e concetti: trasformavo tutto in fumetti, soprattutto le materie scientifiche, dalla biologia alla fisica. Questo processo mi ha allenata a rendere accessibili argomenti molto articolati. Quando ho iniziato il mio percorso di attivismo, ho capito che questo metodo poteva essere utile anche ad altre persone. Ho cominciato quindi a tradurre in fumetto tematiche legate al clima, diventando una sorta di facilitatrice per chi non ha una formazione scientifica. In fondo, la protagonista dei miei fumetti è una persona normalissima, che fa fatica a capire cose complesse e prova a spiegarle senza banalizzarle, ma rendendole più fruibili. Io studio molto, approfondisco, cerco fonti solide, poi restituisco tutto in modo personale, attraverso uno sguardo chiaramente soggettivo, e lascio volutamente interrogativi aperti. L’obiettivo è aprire porte, far nascere domande. Ognuno, poi, si costruisce le proprie risposte.

Se questa è Alterales, chi è invece Alessia Iotti nella realtà? 
Innanzitutto tengo molto alla privacy sulla mia vita quotidiana, la sfera personale deve rimanere tale. Però effettivamente c’è anche una sfera pubblica, quella dell’Alessia attivista, che è cresciuta nel tempo. Negli ultimi anni, soprattutto da quando sono più presente in televisione (è regolarmente ospite di “Geo”, il programma sulla natura, l’ambiente e le culture del mondo prodotto da Rai Cultura, ndr), ho cominciato a sentire l’importanza di avere anche questo ruolo: incoraggiare le persone a fare amicizia con le attiviste e gli attivisti.

In che senso?
Le attiviste e gli attivisti vengono spesso descritti, narrati e disegnati come persone aggressive, fastidiose, rompiscatole. Ci sono state polemiche e scontri e tuttora questo clima politico rimane. Fare attivismo mi sembra diventato più rischioso anche dal punto di vista legale, tanto che oggi non invito più la gente a scendere in piazza con la stessa leggerezza con cui lo facevo in passato. Di fronte a questo immaginario collettivo di attivismo da prima pagina, quando mi presento di persona spesso deludo le aspettative, perché non sono quella figura radicale e stereotipata che molti si aspettano. Anzi, sono molto pacata, non so arrabbiarmi. E proprio questo è il messaggio che voglio trasmettere. Non esiste un solo modo di essere attivisti: siamo tanti, diversi, ognuno può contribuire a modo suo. Ci si può sentire parte di qualcosa, senza dover aderire a un’immagine precostituita.

Nel suo lavoro ritorna spesso il tema della meraviglia. 
È centrale, è il cuore di quello che faccio: se venisse meno, probabilmente smetterei. È una pratica che applico ovunque, nella vita quotidiana e nel lavoro, sia come fumettista sia come mediatrice museale, quando aiuto i visitatori e le visitatrici a scorgere dettagli che altrimenti non noterebbero. La meraviglia è qualcosa che si allena, i bambini la insegnano benissimo: guardano tutto come fosse la prima volta. È fondamentale, perché se perdiamo la capacità di vedere il bello, smettiamo anche di prenderci cura delle cose. E il bello non è solo una questione di estetica: anche certe realtà che apparentemente sono brutte, per esempio le zone umide, uno degli ecosistemi più ricchi di biodiversità del Pianeta, diventano affascinanti se le guardi in modo consapevole.

Come vede l’attuale rapporto tra nuove generazioni e ambiente?
Sicuramente è cambiato molto. Quando Greta Thunberg ha iniziato a mobilitare le piazze, c’è stata una spinta enorme. All’epoca sembrava che l’ambiente potesse essere davvero la priorità assoluta. In realtà lo è ancora, ma oggi emerge con maggiore evidenza la complessità dello scenario globale. Questo sta producendo un effetto interessante: i movimenti si stanno unendo. Prima c’era più frammentazione, ognuno difendeva il proprio ambito. Ora invece vediamo gruppi ambientalisti in piazza per la Palestina e movimenti pacifisti che si mobilitano per il clima. È un momento confuso, ma anche molto fertile, in cui si stanno creando connessioni nuove. Certo, a volte è difficile stabilire le priorità. Ci sono crisi enormi, come le guerre o le ingiustizie sociali. Ma ricordiamoci che tutto è collegato: il climate change si intreccia con questi scenari.

Che evoluzione ha avuto il movimento ambientalista negli ultimi anni?
Non è scomparso, si è trasformato. Molti ragazzi e ragazze dei Fridays for Future sono entrati nelle istituzioni, negli enti locali, nelle organizzazioni. È un passaggio naturale. C’è meno visibilità mediatica, ma il lavoro è più diffuso e capillare. Anche a livello organizzativo c’è stata una crescita enorme: oggi i gruppi sono molto più strutturati, capaci di gestire conflitti interni e lavorare insieme. Questa evoluzione è il risultato di anni di attivismo, abbiamo messo a frutto l’esperienza maturata nell’organizzare e gestire le manifestazioni di piazza.

Lei lavora con diverse fasce d’età, dai cinque ai cinquant’anni: che differenze nota?
All’asilo e alle scuole elementari riscontro una consapevolezza molto forte: si tratta di bambine e bambini nati dentro la crisi climatica, che non hanno un “prima” con cui confrontarsi. Sanno che cosa significa vivere con ondate di calore, alluvioni, emergenze e sono molto preparati, anche nelle pratiche quotidiane. Per esempio, trovano normale che i nonni non debbano uscire nelle ore più calde. Però manca loro l’immaginario di un mondo diverso, migliore. Il mio lavoro è aiutarli a pensare che le cose possano cambiare. Hanno una grande capacità creativa e sono ancora liberi da molte paure.

E gli adolescenti?
Con loro la situazione si fa più complessa: vivono una fase delicata della vita, a cui si aggiunge un bombardamento continuo di informazioni, spesso senza filtri, attraverso i social. Sono informati, ma anche paralizzati. Mi colpisce quanto associno il futuro a parole come paura, solitudine, guerra. C’è bisogno di accompagnarli e di dare loro strumenti per interpretare la realtà. Inoltre, sentono la mancanza di spazi fisici dove stare insieme: luoghi sociali, culturali, accessibili.

Arriviamo a giovani e adulti.
I giovani tra i venti e i trent’anni sono i più attivi: hanno energia, tempo, idee e voglia di mettersi in gioco. Sono in una fase di libertà: spesso lontani dalla famiglia, perché studenti fuori sede, non sono ancora immersi nel mondo del lavoro, e questo li rende molto presenti nell’attivismo. Quando trovano uno spazio dove esprimersi danno contributi importanti. Con le persone più adulte, infine, mi capita spesso di dover innanzitutto conquistare la fiducia, sempre per via degli stereotipi: devo quasi dimostrare che, nonostante l’età, il sesso e il mestiere, sono preparata e competente. Studio molto per rispondere alle domande di chi si presenta apposta per scatenare una polemica anziché una discussione costruttiva. Comunque, la fascia vicina ai cinquant’anni è la più variegata. Qualcuno sembra rassegnato, altri paiono aspettare un’iniezione di fiducia, forse si sentono vecchi per poter fare qualcosa: io soffio su quella fiammella e allora si impegnano, costruiscono”.

Che rapporto ha con i social?
Li uso poco, non mi definisco un’influencer. Non mi interessa alimentare continuamente l’interazione sul web, tanto è vero che sotto i miei post ci sono pochi commenti. Ormai li utilizzo principalmente come canale informativo. Negli ultimi tempi, tra l’altro, l’ambiente digitale mi piace sempre meno. Preferisco il contatto diretto, gli incontri, le relazioni dal vivo. E desidero invitare le persone a vivere a loro volta esperienze nel mondo reale.

Il suo lavoro come mediatrice culturale come si collega all’attivismo?
L’arte è un prezioso strumento per sviluppare il pensiero critico, io ne approfitto per arrivare a parlare di temi sociali e ambientali. Non devi conoscere nei dettagli la vita dell’artista oppure la sua tecnica pittorica o scultorea, devi lasciarti incuriosire dal suo modo di dare una visione del mondo. A differenza di tanti luoghi istituzionali, nei musei le persone si sentono libere di esprimere la loro opinione. Torniamo al senso del mio lavoro: saper camminare nel mondo, sapersi interrogare, avere uno sguardo critico sulla realtà, che si tratti di un’opera d’arte o di un impianto petrolchimico in mezzo al paesaggio, e agire per una giustizia sociale che non lascia indietro nessuno.