Dettaglio
Generazioni vs AI
Il filosofo Günther Anders, nel suo doppio libro “Die Antiquiertheit des Menschen” - tradotto in italiano come “L'uomo è antiquato” (1956 e 1980), sostiene che nell'epoca della tecnica avanzata l'essere umano è diventato il punto debole del sistema che lui stesso ha costruito. Le macchine che produciamo sono più precise, più veloci, più instancabili, più prevedibili di noi. Di fronte a questo divario, l'umano prova quello che Anders chiama Prometheische Scham - vergogna prometeica: la vergogna di essere inferiori ai propri manufatti, come se il figlio superasse il padre in ogni campo. Questo oggi diviene ancora più attuale con l’introduzione delle AI agentiche, in grado di far sentire obsolete simultaneamente vecchie generazioni e nuove generazioni. Come dice Anders, invece di rallentare il ritmo dello sviluppo tecnico per adeguarlo alla scala umana, l'umano cerca di adeguarsi alla macchina, di diventare più preciso, più efficiente, meno soggetto all'errore. Ci trasformiamo in ciò con cui ci confrontiamo. Questa trasformazione epocale, anche nei settori dell’economia circolare, richiede una nuova alleanza tra generazioni, oggi spesso scollate sull’adozione e comprensione delle tecnologie.
Il divario tra i ventenni e i sessantenni di oggi non è mai stato così ampio: i giovani sono nativi digitali, rifiutano il senso di sacrificio totale dei baby boomer in cerca di un migliore bilanciamento vita/lavoro, cercano ritmi più rilassati, rifiutano i capi autoritari e impositivi. I quarantenni-cinquantenni, che spesso hanno raggiunto tardi posizioni apicali, bloccati dalla generazione precedente, rimangono flessibili, seppur auspicando un modello di organizzazione del lavoro verticale, non sempre inclusivo (per genere, etnia, etc.).
Eppure, coloro che lavorano nei servizi (amministrazione, informatica, media, legge, ricerca, architettura, design) oggi sono chiamati a confrontarsi con la rivoluzione AI. Ogni azienda deve avviare un’interazione realmente orizzontale tra generazioni per affrontare in maniera congiunta l’impatto dell’AI, per governare il processo e non finirne schiacciati.
Avere un obiettivo comune di gestione della transizione AI – ma il discorso vale anche per la transizione green – potrebbe avvicinare tre generazioni oggi molto lontane tra loro. Da un lato i senior detengono una conoscenza che l'AI riproduce con grande difficoltà: il sapere contestuale, relazionale, storico. Sapere perché una certa scelta fu fatta vent'anni fa, quali dinamiche di potere attraversano un'istituzione, come si calibra un messaggio per un interlocutore specifico, quando una regola va seguita alla lettera e quando va interpretata. Questo sapere non è scritto da nessuna parte - vive nelle persone. Dall’altro i giovani hanno una dinamicità e intimità con il funzionamento dell’AI e di altri strumenti digitali che i non nativi digitali non possiedono. La generazione intermedia (40-50) invece, nata analogica e cresciuta digitale, ha grande flessibilità e capacità di adattamento cognitivo, qualità necessarie per navigare la complessità.
Se non saprà favorire l’integrazione intergenerazionale, la gran parte delle aziende fallirà, esattamente come fatto sulla transizione ecologica. Perdendo l’ennesima possibilità di adattarsi a un cambiamento inevitabile.