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Dalla Jeans Valley italiana un denim che rispetta l’ambiente

07 maggio 2026
Magazine

Filiera corta, selezione dei fornitori, controllo dei processi e dei materiali: l’azienda marchigiana Gala Co ha sviluppato un sistema produttivo integrato, fondato su competenze artigianali, capacità industriali e attenzione alla sostenibilità, anche in preparazione alle nuove normative europee.

Tra le pieghe dell'Appennino marchigiano, lungo l'alta valle del Metauro, si estende un distretto importante per la moda del nostro Paese e non solo. Siamo nella "Jeans Valley" italiana, caso emblematico di specializzazione produttiva, che ha il suo fulcro nel borgo di Urbania: a partire dagli Anni Settanta, questo territorio ha sviluppato una filiera completa dedicata al denim, passando da un’economia prevalentemente agricola a un sistema manifatturiero diffuso. A innescare la trasformazione, non solo economica, ma anche sociale e culturale, fu una figura insolita: don Corrado Catani, sacerdote che introdusse la lavorazione tessile con l'obiettivo di offrire occupazione alle donne del posto. Ma il legame di queste terre con il colore blu ha radici ancora più antiche: storicamente nel Montefeltro cresce il guado, pianta dalla quale si ricava l'indaco naturale, un colorante che per secoli è servito a tingere i tessuti di tutta Europa, ma anche un pigmento che ha ispirato tanti pittori rinascimentali, da Piero della Francesca a Raffaello.

Un ecosistema culturale
È in questo contesto che si inserisce Gala Co, realtà attiva nello sviluppo e nella produzione di denim, con sede a Urbania. Fondata nel 1995 da Tarcisio Galavotti, oggi CEO, l’azienda ha inizialmente lavorato conto terzi per le grandi griffe della moda, poi si è sviluppata a partire dai primi Anni Duemila con due collezioni proprie, pensate per una clientela femminile: “Cigala’s” è il marchio principale, dedicato al mercato di fascia medio-alta, mentre “PS. Don't Forget Me” si posiziona su una fascia leggermente superiore. Con una produzione annuale di circa 60.000 capi e una rete italiana e internazionale di oltre 400 clienti, Gala Co nel 2025 ha raggiunto un fatturato superiore ai 4 milioni di euro.
“Urbania non è solo un luogo produttivo, ma un ecosistema culturale, che custodisce qualcosa di raro: una filiera completa, dal taglio alla confezione, e una capacità unica di trasformare il sapere artigianale in prodotto contemporaneo”, spiega Alessio Vrioni, operation manager. A trent’anni sta affiancando il fondatore, assumendosi la gestione e la responsabilità di processi, organizzazione e continuità operativa dell’azienda, dimostrando come diverse generazioni possano collaborare nel segno di tradizione e innovazione.

Filiera corta e controllata

Tratto caratterizzante di Gala Co è la decisione di mantenere tutta la produzione nell'ambito di una filiera italiana. “Una scelta che consideriamo parte integrante della nostra identità. Delocalizzare spesso significa semplificare e perdere qualcosa. Noi abbiamo deciso di mantenere complessità e valore, rinunciando, almeno in parte, ai vantaggi economici per preservare controllo, tracciabilità e coerenza qualitativa”. 
Dalla progettazione alla realizzazione del capo finito, l’intero processo viene gestito direttamente: “Coordiniamo una rete di laboratori e fornitori localizzati prevalentemente entro un raggio di poche decine di chilometri. In un contesto globale in cui la filiera tessile è fortemente frammentata, questo approccio si traduce in una maggiore capacità di controllo su qualità, tempistiche e conformità dei processi e in una diminuzione delle opacità lungo la catena di fornitura, riducendo al contempo la complessità logistica”, prosegue Vrioni.
Sul fronte delle materie prime, pur privilegiando fornitori italiani o europei, l’azienda si approvvigiona anche in altre aree del bacino mediterraneo, in particolare Turchia ed Egitto, “dove sono presenti manifatture di alto livello, spesso sviluppate con know-how italiano. Adottiamo un criterio di selezione basato su qualità, tracciabilità e conformità agli standard. In un contesto in cui la produzione di denim interamente Made in Italy è oggi residuale, il controllo si sposta quindi sulla verifica delle caratteristiche tecniche e ambientali dei materiali”.
Ciò avviene anche attraverso un’attività sistematica di testing interno: “Ogni materia prima è sottoposta ad accurate verifiche per valutarne qualità, resistenza, comportamento ai lavaggi e conformità rispetto alle dichiarazioni del fornitore. L’obiettivo non è solo ridurre l’impatto nella fase produttiva, ma anche aumentare la longevità del prodotto, in una logica di sostenibilità, coerente con le future evoluzioni normative europee in materia di tracciabilità, responsabilità ed ecodesign”. Tra i materiali, vengono privilegiati quelli a prevalenza naturale e si limitano i trattamenti invasivi. “Anche quando sono presenti componenti di origine sintetica, questi sono selezionati con l’obiettivo di garantire performance e resistenza, mantenendo comunque la possibilità di riciclo del capo a fine vita”.

Sostenibilità come processo concreto
L’approccio alla sostenibilità adottato da Gala Co è fortemente operativo. “Pur non disponendo ancora di una certificazione di filiera formale, beneficiamo di aziende fornitrici che sono certificate e che garantiscono trasparenza e massima applicazione dei protocolli più stringenti in materia ambientale ed etica”. Nella Jeans Valley gran parte delle imprese lavora conto terzi per i più famosi brand del lusso internazionale, adeguandosi quindi a requisiti estremamente stringenti. “Questo determina un innalzamento complessivo degli standard, che si riflette su realtà di ogni dimensione”. 
Particolare attenzione viene riservata ai processi di lavaggio e trattamento, tradizionalmente tra i più impattanti nel ciclo produttivo del denim: “Le lavanderie con cui lavoriamo adottano sistemi avanzati di depurazione delle acque, in grado di restituire acqua con caratteristiche qualitative superiori a quelle in ingresso, come certificato da analisi di laboratorio. Quello in cui lavoriamo è anche il territorio in cui noi stessi viviamo: a maggior ragione ci sta a cuore la sua tutela”.
La dedizione alla sostenibilità interviene su ogni componente del prodotto, inclusi rivetti e bottoni nichel-free. “Questa decisione, consolidata nel tempo e certificata dalla L.I.F.E., comporta riduzioni significative rispetto ai processi convenzionali: -65% di consumo d'acqua, -16% di elettricità, -98% di sostanze chimiche, -85% di rifiuti pericolosi”. 
Inoltre, i cartellini dei capi sono prodotti da un’antica cartiera di Fabriano, che li realizza riciclando residui di denim e cotone, motivo per cui ognuno presenta sfumature indaco uniche e casuali. “Anche il packaging è stato oggetto di revisione, con l’introduzione di buste copripantalone biodegradabili, in sostituzione delle tradizionali soluzioni in plastica”.

Tracciabilità e Digital Product Passport
Dal 2027 la normativa europea imporrà per i prodotti tessili il Digital Product Passport (DPP): uno strumento digitale che renderà accessibile a consumatori, operatori e autorità l'intera catena produttiva di un capo, dai materiali di origine fino ai processi di lavorazione e alle modalità di smaltimento a fine vita. “Abbiamo avviato un percorso di adeguamento a questo scenario, con l’obiettivo di essere pienamente operativi entro la scadenza prevista. In questa direzione si inserisce anche la nostra adesione nel 2025 a Cobat Tessile, in vista della gestione della futura responsabilità estesa del produttore”.
Per il futuro l’idea è anche il consolidamento sui mercati internazionali, già avviato con la presenza in diversi Paesi di Europa, Stati Uniti e Asia. “Abbiamo partecipato a fiere a Monaco e Parigi nella stagione in corso, puntiamo a essere presenti a New York e in Giappone nella prossima. Sono mercati strategici, anche in virtù dell'attenzione internazionale verso il Made in Italy prodotto con criteri verificabili di qualità e sostenibilità”. Principi che, in fondo, in azienda vengono riassunti in poche parole: “Meno è meglio”. Meno trattamenti invasivi, meno processi chimici, più naturalezza nell'aspetto del capo. Un'estetica che si ispira a quegli Anni Settanta, in cui il jeans si è affermato come prodotto di massa e simbolo culturale, reinterpretata però con le tecnologie e le materie prime disponibili oggi.